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mercoledì, maggio 12, 2010

Il grande nulla

recensione di Riccardo G.
Il Grande Nulla, di James Ellroy (edizione Mondadori)

Il mio primo libro di Ellroy è stata una grandissima rivelazione. Mi sono avvicinato a questo libro regalatomi da un amico con una certa circospezione. L’inizio del libro poi non è stato d’aiuto e stavo quasi per interrompere la lettura. Delitti di una crudeltà inaudita e personaggi cupi si muovevano all’interno di una Los Angeles anni 50 cinica e spietata. Poi seguendo le storie degli investigatori Mal Considine, Danny Upshaw e Buzzy Meeks qualcosa di incredibile è scattato e le storie, apparentemente slegate e indipendenti, hanno cominciato a intrecciarsi magicamente formando una trama unica e avvincente.
Gli Studios hollywoodiani sono governati da potenti imprenditori, ebrei e non, con personalità che spesso si identificano con quelle dei peggiori malavitosi, e brulicano di lavoratori e attori iscritti ai vari sindacati dell’epoca, fortemente sospettati di connivenza con il comunismo sovietico. I comitati di polizia e della contea vogliono fare luce su questa situazione potenzialmente sovversiva e destabilizzante per gli Stati Uniti.
Tra dive filocomuniste, bande ispaniche, scenari omosessuali conditi da omicidi efferati, malavitosi di prim’ordine e forze dell’ordine corrotte fin nel midollo, i nostri personaggi si districano come possono con tutte le difficoltà del caso.
La caratterizzazione dei personaggi è straordinaria e le atmosfere sono rese in modo eccellente. Una lettura a tinte forti che tiene incollati dalla prima all’ultima pagina.
Consigliato.

domenica, aprile 18, 2010

Il quinto giorno

recensione di Ivan Z.

Oggi parliamo de "Il quinto giorno" (TEA, 1032 pagine, € 13.00) di Frank Schätzing, pubblicitario e discografico tedesco con la passione della scrittura, che con quest'opera ha ottenuto un enorme successo di vendite, sfiorando il milione di copie solo in Germania.
Inquadrare con precisione il genere cui appartiene questo corposo romanzo non è facile, si potrebbe dire che oscilli tra la fantascienza e il tecno-thriller; in ogni caso la componente fantastica è ben presente e solida, quindi ha sicuramente le carte in regola per trovare posto in questo spazio.
La narrazione inizia sulle coste del Perù, dove la scomparsa, all'apparenza insignificante, di un pescatore rappresenta il primo di una serie di eventi, inquietanti e sempre più catastrofici, che in poche settimane sconvolgeranno l'intero pianeta, minacciando la sopravvivenza del genere umano. Mentre il panico assale i popoli della Terra, le speranza di sopravvivenza sono affidate alla comunità scientifica internazionale e agli immancabili militari; e lo scontro la forza del braccio e quella della mente sarà uno dei motivi dominanti del romanzo.
Mentre l'azione si sposta da un estremo all'altro del globo, la narrazione vedrà emergere ed avvicendarsi numerosi personaggi, ognuno dei quali darà il proprio contributo nel tentare di salvare l'umanità dai propri errori.

Il romanzo non è decisamente snello e, come in tutti i tecno-thriller di buona fattura, le nozioni scientifiche sono accurate e profuse a piene mani. Proprio nella puntigliosità talvolta eccessiva risiede, a parere mio, il punto debole del romanzo: in alcuni casi la narrazione potrebbe procedere più spedita, invece succede che ci si impantani tra i dettagli dei protocolli di trasmissione dei satelliti e, in quei casi, le oltre mille pagine si sentono tutte.
Uno dei punti di forza, invece, è costituito dai protagonisti: ben delineati, con personalità approfondite e storie personali ricche e sensate. Alcuni sono persone realmente esistenti (ad esempio, Gerhard Bohrmann, docente di Geologia marina all'università di Brema, "interpreta sé stesso"), altri sono così "veri" che potrebbero esserlo, altri ancora sono probabilmente ispirati a personaggi del mondo reale (nel Presidente degli USA sembra di riconoscere George Bush).

"Il quinto giorno" è un buon romanzo, ben scritto, vigoroso e di ampio respiro, chiaramente frutto di un lavoro massiccio e molto ben documentato. Non lo trovo adatto a chi cerca un facile romanzo d'avventura, ma è sicuramente indicato a chi desidera una lettura che lasci qualcosa su cui riflettere.

mercoledì, marzo 24, 2010

Il Conte di Montecristo

Recensione di Riccardo G.

Un classico consigliatomi entusiasticamente da amici… e non sono stato deluso; Dumas racconta una storia incredibile dove si possono trovare tutti i sentimenti umani più estremi, sia in positivo che in negativo: amore, odio, fedeltà, tradimento, coraggio, vigliaccheria, ambizione, umiltà e chi più ne ha più ne metta. Il protagonista, il carismatico marinaio Edmondo Dantès, vede la sua vita precipitare improvvisamente in un baratro di angoscia e disperazione. La seconda parte della sua vita sarà una metamorfosi incredibile, dove la sua figura diventerà qualcosa di imponente, magico e quasi divino. Un superuomo tra gli uomini alla ricerca di giustizia e di vendetta. E qui mi fermo e non vado nel dettaglio per non rovinare il gusto della lettura a chi volesse avventurarsi tra le pagine del libro.
La storia si svolge tra Francia e Italia, raccontando di quando in quando di alti lidi mediterranei, come Grecia e Spagna, sconfinando poi in storie che toccano terre più esotiche e lontane, come Arabia e India.
Il mare fa da sfondo a tutta la vicenda fin dall’inizio: attorno alla Marsiglia portuale del giovane Dantès gravitano armatori, commercianti e viaggiatori di ogni genere. L’Italia rappresenta un’altra fetta importante per gli scenari del libro: dai porti toscani, all’Isola di Montecristo, alla godereccia Roma dell’epoca. Parigi infine farà da teatro alla cospicua seconda parte della storia.
Tra Napoleone, girondini, militari, Papi, faccendieri, banchieri, ladri, banditi, giudici e membri di nobili casati d’ogni parte d’Europa si possono trovare i più svariati personaggi le cui vite si intrecciano, a volte consapevolmente, a volte no, nei modi più intensi e imprevedibili.
Una lettura altamente consigliata che tiene il lettore incollato al libro dalla prima all’ultima pagina.

mercoledì, marzo 10, 2010

I veri vampiri siamo noi

Contributo di Ivan sul tema dei vampiri! - R.

Ormai è diventata un'ossessione. Chiunque sia entrato in una libreria nell'ultimo anno non può non aver notato quanto questi negozi ormai assomiglino sempre più a delle macellerie, con banchi e scaffali che letteralmente grondano sangue. Vampiri ovunque... ma quanto è lontano il "pallido conte" di Stoker dai vampiri attuali. Sì, perché oggigiorno i succhiasangue sono bellocci, inevitabilmente adolescenti e tutti in piena tempesta ormonale.
Quindi cosa possiamo fare? Come possiamo salvarci da quest'invasione di "principi (azzurri) delle tenebre"?
Semplice, rifiutiamo di accettare questa deprimente e insulsa visione contemporanea del succhiasangue, frughiamo nei recessi delle nostre librerie e riportiamo alla luce quei vecchi libri, polverosi e ormai ingialliti, che ci hanno tenuto compagnia nei bei tempi passati, nei quali gli uomini erano uomini e i vampiri erano vampiri.
Il primo dei due libri che ho riesumato oggi è un Mammut Newton, vecchio di diciassette anni dal titolo prosaico: "Storie di vampiri". In oltre mille pagine, questo tomo raccoglie settanta titoli, tra racconti e romanzi brevi, che, nelle intenzioni dei curatori (gli inevitabili Gianni Pilo e Sebastiano Fusco), rappresentano il meglio di due secoli di scritti dedicati ai Signori della Notte.
Nella prima parte, intitolata "Prima di Dracula", troviamo una raccolta di racconti scritti tra la fine del Settecento e la seconda metà dell'Ottocento. Così, passando tra gli immancabili Polidori e Le Fanu, potremo sorprenderci nel leggere racconti di Gogol, Tolstoj, Maupassant e Dumas e scoprire che praticamente non esiste scrittore del XIX secolo che non si sia confrontato con i vampiri.
La seconda parte, "L'avvento di Dracula", ci offre una serie di racconti scritti tra l'Ottocento e in Novecento e firmati da alcuni dei nomi più noti della letteratura fantastica: Stoker, Hodgson, Del Rey, Conan Doyle, Hoffmann Price, Derleth...
"Gli eredi di Dracula" ci mostra il vampiro dal punto di vista degli scrittori della prima metà del Novecento, tra cui spiccano sicuramente Bloch, Seabury Quinn e Ashton Smith.
L'ultima parte, "Dracula domani", raccoglie alcuni racconti che rappresentano una "contaminatio" tra la fantascienza e l'horror e, su tutti, spicca "La città dei Vampiri", un romanzo breve di Van Vogt.
Il secondo libro che ho riportato alla luce è un Urania del '99: "Vamps". Il tascabile raggruppa tre racconti di Norman Spinrad sulla figura del vampiro nel mondo di oggi e di domani. Degno di nota è soprattutto il divertentissimo "Tossicovampiri": cosa accadrebbe se Dracula in persona arrivasse nella New York di oggi e, per sventura, si cibasse di una eroinomane?
Entrambi i libri sono purtroppo fuori stampa, ma in entrambi i casi vale sicuramente la pena fare una ricerca e cercare di accaparrarseli.

giovedì, febbraio 25, 2010

Casa di Foglie

Parliamo di un libro particolare, che consiglio a chi abbia voglia di perdere un po' di tempo e di impegnarsi con un libro non banale.
Casa di Foglie (Mondadori Strade Blu, 2005) è l'opera d'esordio di Mark Danielewski. La caratteristica principale di questo capolavoro è di essere esempio di un genere abbastanza di nicchia, quello della letteratura ergodica, ovvero si tratta di un libro che non può essere percorso dal principio alla fine seguendo una linea continua ma obbliga invece il lettore a fare del lavoro per (ri-)creare il testo.
Casa di Foglie è essenzialmente un romanzo a tre livelli. Il più esterno è un "romanzo psicologico", opera di Johnny Truant, uno scoppiato di Los Angeles. Parla dei suoi traumi infantili, del collasso giornaliero della sua vita e soprattutto del libro che Johnny trova a casa di un vecchio appena defunto. Nella narrazione di Johnny non è chiaro quanto di quello che descrive sia reale nel senso che normalmente si dà alla parola, quanto sia delirio e in che misura il libro di cui entra in possesso sia la causa della sua rovina.
La storia di Johnny è scritta come annotazione a margine del libro che egli trova, e questo testo è il secondo livello del romanzo. Si tratta di un collage di testi, parte raccolti e parte dettati da tale vecchio. Infatti Zampanò è cieco e ha dovuto dettare parola per parola il materiale. L'opera di Zampanò, genio tuttologo e romantico a tempo perso, è la critica cinematografica di un documentario realizzato dal giornalista Will Navidson, film che nemmeno Johnny riuscirà a stabilire se realmente esistito. Zampanò analizza il documentario e cammin facendo la vita di Navidson e dei suoi familiari, trascrivendo gran parte della vicenda e annotandola con riferimenti dotti, analisi di testi, interviste e quant'altro, mettendo anche su carta le sensazioni e le emozioni di una vita.
Il terzo livello del romanzo è il documentario appunto, The Navidson Record, che narra di come Navidson, da poco trasferitosi in una nuova casa in Virginia, scopra in una stanza una porta impossibile, mai vista prima. Questa porta dà su un piccolo spazio cieco che non dovrebbe esistere, date le misure delle stanze e lo spessore dei muri. Questo spazio progressivamente si aprirà per espandersi fino ad un abisso che Navidson e amici dovrà esplorare, incontrando oltre la porta paura, follia e morte.
Casa di Foglie è dicevamo un libro-collage con una vastissima serie di annotazioni a margine. Per avere un'idea delle condizioni in cui si trova guardate qua (wiki) per una pagina dell'edizione in lingua inglese. In realtà parte del testo non è nemmeno inteso per la lettura, vi sono più pagine che contengono solo liste di nomi e sembrano prese dall'elenco del telefono. Per fortuna le varie voci narranti hanno ognuna il suo font, e seguire una singola persona attraverso più pagine è facile. Una volta distrutta la normale disposizione delle parole in pagina, Danielewski gioca con la tipografia riuscendo a imporre in modo magistrale alcuni stati d'animo al lettore: ansia, claustrofobia, desolazione. Se le parole di Zampanò sono sempre posate e al limite tendono alla malinconia, la vicenda a casa Navidson è in grado di inchiodare il lettore al libro, mentre la mente malata di Johnny è capace a portare rapidamente sull'orlo della paranoia e costringere a interrompere la lettura e a guardarsi attorno.
In modo geniale il libro, dopo alcune lettere della madre di Johnny con il loro carico di follia, chiude con una serie di fotografie del libro originale di Zampanò, di disegni dei figli di Navidson, fotogrammi del documentario etc.
Noterete che il libro è un'edizione Mondadori, e vi soprenderà scoprire che è un edizione particolarmente buona e molto curata. In particolare la traduzione, che ha impiegato due professionisti per più di un anno, è eccezionalmente buona soprattutto contando la difficoltà del testo, dei giochi di parole e dei messaggi cifrati nascosti nelle pagine.
Questo libro lo consiglio vivamente. Certo non è una passeggiata ma in cambio di un minimo di impegno potrete avere un esperienza inusuale e molto soddisfacente.

giovedì, dicembre 10, 2009

Le guerre in Gallia - "De bello gallico" (Cesare)

Prima recensione di Riccardo Guerra! Buona lettura.

La figura di Giulio Cesare ha sempre suscitato un'idea di grandezza; la figura del grande condottiero romano è sopravvissuta intatta al passare dei secoli e leggendo questo straordinario resoconto storico si riesce a capire bene il perché.
Giulio Cesare ci racconta delle proprie campagne nella Gallia transalpina, trasmettendoci nel dettaglio le proprie impressioni nell'incontrare le più svariate popolazioni d'oltralpe, con il loro usi e costumi così diversi dalla tradizione latina.
Pur senza disdegnare descrizioni dettagliate riguardanti i luoghi e i popoli incontrati durante le campagne militari, il libro è prettamente incentrato sull'aspetto bellico; l'impero romano è in quegli anni severamente impegnato da continue ribellioni e guerre da ogni angolo dei territori transalpini, dalle Alpi alla Manica, dal Reno all'Atlantico; in questo contesto di ribellione e belligeranza Cesare dimostra tutta la sua abilità sia in campo militare che diplomatico, evitando lo scontro deliberato quando possibile ma senza tirarsi indietro quando è necessario mostrare ai barbari la grandezza e la potenza di Roma.
La superiorità dell'esercito romano è basata sulla migliore organizzazione delle legioni, delle coorti e dei soldati. Inoltre le superiori conoscenze nel campo dell'ingegneria permettono alle armate romane di passare fiumi, paludi e valici montani in minor tempo e di portare assedi organizzati che si rivelano fatali per le popolazioni nemiche.
I comandanti romani e i luogotenenti di Cesare si distinguono per coraggio e capacità di comando in terre così lontane e avverse, sia per conformazione del territorio, che per condizioni atmosferiche e climatiche.
Cesare stesso è a sua volta il degno comandante dell'esercito più potente del mondo allora conosciuto. Egli si distingue in particolare per la rapidità nell'organizzare le truppe e di sedare rivolte. Amatissimo dai legionari, sa farsi rispettare per la sua capacità di essere un capo generoso e giusto: non dimentica mai di dare premi e onori alle proprie truppe che lo ricambiano seguendolo fedelmente nelle più ardue imprese, che sfociano addirittura nello sbarco in Britannia e in alcune eroiche sortite in territorio germanico oltre il Reno. La sua sola presenza sembra garantire la vittoria anche nelle situazioni più critiche.
Le indomite popolazioni galliche non si sottomettono facilmente e impegnano Cesare e le legioni romane duramente nel corso degli anni; tra tutte le guerre descritte e ricordate, spicca per numero di truppe schierate per importanza storica la battaglia di Alesia dove il comandante Vercingetorige raduna popoli e soldati da ogni angolo della Gallia per scacciare definitivamente l'invasore romano. E' il momento decisivo per Cesare di dimostrare una volta per tutte la potenza e la gloria dell'impero romano. Sarà l'inizio della fine per la Gallia.
L'edizione Mondadori con testo a fronte mi pare di buona qualità e costa poco.

domenica, novembre 22, 2009

Amber

Una frase che sento spesso è "a me non piace il fantasy". A ben vedere non è sorprendente visto quello che passa il mercato al giorno d'oggi, ma il fantasy non è solo elfi e orchi o storie di vampiri per ragazzine in crisi ormonale.
Parliamo allora di una saga che non può mancare nel bagaglio culturale di un vero appassionato: le cronache di Amber di Roger Zelazny. Si tratta di una serie di dieci romanzi, divisi in cinque più cinque, ma non spaventatevi: non sono così lunghi (non è Jordan) e alla fine vi rammaricherete che siano così pochi. Serve subito un avvertimento: tecnicamente la saga è incompiuta, ma si interrompe alla conclusione di una grande avventura, per cui non sarete lasciati nel bello dell'azione. Rimangono pressoché sconosciuti i piani di Zelazny per tirare le fila e chiudere la storia.
Veniamo alla trama. I primi cinque romanzi narrano le vicende di tale Corwin: dal suo risveglio in ospedale senza più un ricordo lo seguiamo nelle sue avventure fino a giungere ad Amber, l'unica vera città di cui tutte le altre sono solo un riflesso. Tra battaglie campali e scontri spada in pugno Corwin dovrà quindi misurarsi con i suoi ambiziosi fratelli prima, con le creature partorite dal caos poi, non senza passare dei brutti momenti. Dopo la progressione mozzafiato arriviamo alla conclusione con conseguente battaglia per le sorti del mondo tutto.
Nei rimanenti romanzi si passa al figlio, Merlin, e di nuovo si parte dal nostro mondo per esplorare più in dettaglio il mondo di Amber e affrontare nuovi nemici. Nonostante la dimensione epica della prima serie, questa seconda parte non è certo da meno e i nemici da affrontare sono davvero formidabili, per non parlare poi degli amici che spesso sono delle belle gatte da pelare.
I personaggi sono molto ben strutturati e complessi: Corwin stesso, pur essendo certamente un "buono" non è il trito e ritrito eroe senza macchia. Lo vediamo augurare sventure e calamità al regno che voleva conquistare quando si vede sconfitto, o ferire a morte un nemico in battaglia con un trucco di bassa lega e alle proteste di questi rispondere "beh, non siamo mica alle Olimpiadi". E' certamente però un personaggio estremamente affascinante. Idem per Merlin, che si troverà spesso a decidere le sorti dell'universo scegliendo una strada invece che un altra più per sfida o per ripicca che per ragionamento. Non vorrei esagerare ma molti degli altri personaggi, anche secondari, sono veramente indimenticabili.
La trama è molto ben gestita: c'è uno schema generale che ci porta in avanti, di conflitto in conflitto, ma ad ogni istante si dirama una piccola o grande avventura che mette alla prova i nostri eroi.
L'ambientazione è molto particolare: innanzitutto Zelazny è un autore abilissimo nel rivisitare miti già esistenti (vedi il bellissimo Il Signore della Luce) e nella saga salta fuori un po' di tutto, dai cavalieri di re Artù al gatto del Cheshire. Gli elementi originali sono però molti e sicuramente geniali: il viaggiare tra le Ombre, i Tarocchi, i riflessi di Amber, il Gioello del Giudizio...
Da ricordare per finire l'omonimo gioco di ruolo diceless, che non abbiamo mai provato! Leggete che poi un'avventura a Amber ce la giochiamo.